Elisabetta Casella. Opere

I Maestri non si dimenticano, per chi li abbia amati. Lasciano una traccia che esula dalla mera citazione, ed è piuttosto conferma di aver condotto i propri passi entro margini forti.

Così per Elisabetta Casella, che ha prelevato la pelle di exempla dell’Informel adattandola a un suo proprio fare. Negli Otages di Fautrier, nelle Nature di Fontana e nei Sacchi di Burri si è quasi avvolta come in uno scialle protettivo, ma dentro c’è lei, con un dire totalmente suo.

Gli ovali materici sono dunque un pretesto formale per riflettere sul senso della fine: perché è vero che, nell’occhio di chi guarda, la linea richiusa su di sé secondo una circolarità più o meno regolare rimanda all’idea di un continuum, ma la mano che tende il bordo – l’equivalente di un segno – sa quando incomincia e dove interrompe. Le cose finiscono.

La sfera stessa, quando intera e avvolta in bendaggi consolidati da colate di gesso, è ormai lontana da ogni concetto spaziale, e si fa invece grembo da sanare, potenzialmente greve di un contenuto sofferto.

Un passaggio alchemico recente fa schiudere però le

sfere e, estroflettendone ilcelato,converte l’involucro in bocche di apertura floreale – quasi rose –, che prendono a reiterarsi.

Capita allora che vengano a comporsi in installazione, offrendosi piene di cenere su gambi alti di ferro.

Là dove la cenere è quel che resta di un fuoco, per lo più domestico, ma anche fertilizzante per ulteriori raccolti.

Facendo il verso alla pittura, le rose prendono infatti a proliferare in orizzontale o su una scacchiera a parete, che si costituisce confine geo metrico

a una fioritura altrimenti ininterrotta. Allo stesso modo, piccole sfere di plastica si accalcano in giardino dentro la cornice ovale di un’aiuola.

A tratti le rose recuperano il colore rosso con cui dominano l’immaginario collettivo, nella duplice valenza simbolica legata alla carne: da un lato la ferita aperta, dall’altro il coefficiente erotico di cavità irrorate di sangue, o percorse da papille gustative che lo spessore di materia e pigmento viene a sollecitare.

Oppure diventano spina dorsale di composizioni ovoidali non più testimoni della chiusura di un ciclo, ma utili a circoscrivere una crescita verticale simile alla sequenza di vertebre nel corpo umano, ai cui nomi alludono i titoli scelti.

Non a caso, in mostra, ai piedi dei pannelli che dilatano nello spazio la puntinatura concava c’è un guscio irregolare con ampia fenditura al centro. L’artista cessa di legare e bendare la rotondità,

sospende l’arrotondare come presa di coscienza di limiti che sono anche esistenziali.

Lascia che dalla spaccatura si propaghi un’ipotesi

d’altro, che perde in rugosità tattile e carezza la moltiplicazione, sfiorando il concetto di multiplo. È tuttavia evitato il raffreddamento minimalista della serialità, per l’intervento che varia ogni volta la forma, e diversifica con il gesto pittorico l’immagine della rosa offerta da tovaglioli di carta, reimpiegati come objets trouvés.

Il racconto è in accezione femminile, non stupisce che abbia accenti intimistici, perché a questo le donne sono chiamate da sempre: procreare, e conservare la vita prendendosene cura.

Qui il linguaggio artistico ha però invertito i passaggi, consentendo di costruire un binario parallelo su cui scivolare con volontà indipendente anche dal genere: la germinazione arriva come atto liberatorio dopo aver molto trattenuto, sciogliendo l’intreccio precedente di riferimenti colti e memorie personali.

 

Silvia Ferrari Lilienau

© 2016 by Supernova Gallery. 

Palazzo Bottigella Gandini    Corso Giuseppe Mazzini Pavia 27100, IT.

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